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Rassegna Stampa


Salviamo i bambini di Chernobyl: vacanze di salute anche a Castelfranco… perché no?

16 luglio 2010
di Redazione


Sono passati 24 anni dall’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl, ma le popolazioni che abitano nelle regioni contaminate dalle radiazioni ne pagano ancora le conseguenze. E sono soprattutto bambini: gli “orfani” di Chernobyl.

Bambini che in questa parte della “Russia Bianca” vivono in condizioni di degrado sociale, dove alcol e prostituzione sono le piaghe più diffuse, in villaggi poverissimi o nelle cittadine di moderna costruzione (simili però ai nostri sobborghi di 50 o 60 anni fa) situate nelle regioni sud-orientali di Gomel e Mahileu, le più colpite dalla tragedia del 1986, o a Brest, Minsk e Hrodna, al confine con quella “zona proibita” costantemente sorvegliata da guardie armate, per uno stipendio di 120 euro al mese.

In mezzo a questi bambini non ce n’è uno che a causa dell’incidente non abbia perso un parente, la mamma o il papà, ancora giovanissimi. Molti nascono colpiti da malformazioni o con disfunzioni agli ormoni della crescita, e tutti rischiano la leucemia o il tumore alla tiroide: per un bambino bielorusso la probabilità di salvarsi non supera il 15%.

Possiamo noi, figli del boom economico cresciuti a pane e sprechi, contribuire alla loro “salvezza”? Numerosi, ma pur sempre insufficienti, sono stati i convogli umanitari partiti a questo scopo anche dall’Italia (Help for Children, Anpas, Caritas, associazioni di volontariato locale…), pochi gli aiuti forniti dalla nostra regione, quasi nulli dal nostro specifico territorio.

Questi bambini non hanno bisogno di soldi, di cibo o di vestiario: hanno bisogno di ridurre il tasso di radioattività ancora presente nei loro organismi e di aumentare le proprie difese immunitarie.

Studi medici e test clinici hanno confermato che, anche un solo mese all’anno di lontananza dalle zone contaminate e di alimentazione più idonea è sufficiente per ridurre fino al 50% i rischi di leucemia e di tumori alla tiroide.

E’ questa la finalità delle associazioni di volontariato Onlus Insieme a Casalbarbato per Chernobyl di Fontanellato (Parma) e Aist-Cicogna di Crevalcore (Bologna).


In 11 anni di attività, l’associazione “Insieme a Casalbarbato per Chernobyl” (30 soci, tutti volontari, presidente Lucia Mezzadri) ha ospitato gratuitamente 280 bambini provenienti dalla regione bielorussa di Gomel, al confine con l’Ucraina, per le cosiddette “vacanze di salute” nella “Casa di accoglienza” realizzata proprio a Casalbarbato, l’anno scorso, grazie al generoso contributo della Fondazione Cariparma.

“La nostra scelta è stata quella di accogliere tutti i bambini in un unico ambiente, piuttosto che presso le famiglie. – spiega Giuseppe Fava, fotografo e socio dell’associazione parmense – Prima della realizzazione di questa casa di accoglienza, li ospitavamo in un locale della canonica. E’ una “formula” che funziona: sappiamo che altri paesi vorrebbero seguire il nostro esempio, potendo disporre di una struttura dove riunire questi bambini, come in una colonia”.

C’è un altro gruppo di bambini bielorussi provenienti da Regiza, affetti da sindrome di down, che con l’ausilio degli enti locali vengono ospitati presso una palestra e in un asilo a Noceto di Parma. E c’è l’associazione Aist-Cicogna Onlus di Crevalcore, presidente Giuliano Bonori, che dal 2003 al 2006 ha fatto da “ponte” tra il distretto di Gomel e la nostra regione per l’accoglienza nelle famiglie di un gruppo di circa 60 bambini. Ma dal 2007 ad oggi, purtroppo, sono sempre meno i bambini che Aist-Cicogna riesce a portare nel bolognese e nel modenese per le “vacanze di salute”: negli ultimi tre anni il loro numero è sceso a 35, a causa di un netto calo di richieste da parte di quei nuclei familiari “invecchiati” col tempo, mentre le famiglie di nuova generazione risultano sempre più impegnate nella propria quotidianità e proseguono sulla comoda via della disinformazione o su quella del disinteresse.


“Orfani” di Chernobyl dai 6 ai 17 anni, ogni estate e talvolta anche in inverno (per non più di 3 mesi all’anno), vengono regolarmente accolti a Crevalcore, Parma, Bologna, Fiorano, Maranello, Calderara di Reno… Anche a Nonantola, Ravarino e Bomporto, mentre a Castelfranco Emilia sono solo due le famiglie che da diversi anni aderiscono a questa iniziativa, “appoggiandosi” sempre all’associazione Aist-Cicogna di Crevalcore, in provincia di Bologna. E hanno un sogno, perché di speranza si tratta: riuscire a formare un gruppo in città, incentivando le famiglie castelfranchesi all’adozione temporanea di questi bambini fino a coinvolgere le istituzioni. Chi le conosce ne ammira l’impegno, ma nella pratica nessuno si attenta a seguire il loro “esempio”… Neppure di fronte al sorriso ritrovato di un bambino per quei 30 giorni trascorsi al di là dalla “zona proibita”: un mese fondamentale per la sua salute e di sicuro arricchimento interiore per chi l’accoglie.


Luciano e Maurizia Borghi sono genitori e nonni realizzati: nel 2003, tramite l’Associazione “Insieme a Casalbarbato per Chernobyl” di Parma, ottennero l’affido a distanza di Tatsiana (detta Tanja), una ragazza “difficile”, con un carattere introverso, un po’ “selvaggia”. Tanja, all’età di 2 anni, ha perso la mamma a causa della catastrofe nucleare e per quattro anni è cresciuta da sola, con un padre alcolizzato e due fratelli maggiori. Dai 6 ai 15 anni ha vissuto nell’orfanotrofio di Vassilievich, fino all’anno scorso, quando cioè lo Stato ha stabilito la chiusura di tutti gli istituti di accoglienza per gli orfani e disagiati bielorussi, incentivandone il rientro presso le famiglie di provenienza (ove possibile), oppure indirizzandoli all’adozione temporanea presso famiglie locali, in cambio di una casa e di un lavoro.


Due anni fa, per la prima volta, Tanja ha trascorso 28 giorni di “vacanza di salute” dai coniugi Borghi, a Castelfranco Emilia, e prima ancora era stata a Casalbarbato di Fontanellato, con l’Aicc, per tre anni consecutivi. Con la chiusura dell’orfanotrofio di Vassilievich, Tanja (che adesso ha 16 anni) è tornata in famiglia e ha scelto di non tornare più in Italia. Di lei i coniugi Borghi ricevono notizie frammentarie, non risponde al cellulare, manda due o tre lettere all’anno che forse non scrive nemmeno in prima persona: “La firma è diversa dalla sua, non è la sua bella calligrafia. – racconta Maurizia – Tanja non era una brava studentessa, mentre le sue lettere sono impostate in modo corretto: immaginiamo che qualcuno la stia aiutando, forse un insegnante… Avremmo voluto vederla “sistemata”, con un mestiere davanti. Quest’anno dovrebbe iniziare la scuola professionale: il nostro desiderio è che riesca a rendersi autonoma, per venir via dalla sua brutta situazione familiare… Perché le donne che in Bielorussia non lavorano, purtroppo finiscono sulla strada. In maggio, Giuseppe Fava dell’Aicc è andato in Bielorussia in un istituto di sordo-ciechi ed è andato a cercare anche Tanja, perché è tramite la l’associazione di Casalbarbato che l’abbiamo conosciuta, dove lei era stata già ospite… L’ha trovata sporca, con i vestiti stracciati, le ha dato dei soldi per il parrucchiere e per comprarsi dei vestiti nuovi… Ogni tanto si sentono al telefono, ma a noi non risponde mai. Si è auto-abbandonata. – continua Maurizia – Dopo l’esperienza con Tanja, siamo rimasti un po’ “scottati”, mio marito in particolare non avrebbe voluto “ricominciare” con un altro bambino… Ma poi, un anno fa, siamo andati a Gomel e abbiamo conosciuto Maxim… E da due anni Maxim trascorre le sue vacanze di salute con noi”.

Maxim ha 9 anni, frequenta la terza elementare, gli piace la matematica, è un bambino “sveglio”, socievole, va in bicicletta, gioca a pallone con i bambini del vicinato… “Spesso fa giochi anche violenti. – dice Maurizia – Qualunque cosa trovi per lui è un’arma: un bastone, un pezzo di radice… L’anno scorso è arrivato con un film di fantascienza in dvd e quest’anno è tornato con lo stesso dvd: si vede che ha solo quello… Adesso ha “scoperto” i lego che erano di mio figlio e gioca con quelli: per lui tutto è una novità, ma bisogna fare attenzione a non dargli “troppo”, anche se la tentazione c’è. Noi ne siamo consapevoli, perché poi devono tornare a casa loro, com’è giusto, dalle loro famiglie: l’affido è solo temporaneo, solo per la loro salute… Così è stabilito in Bielorussia, dove l’adozione di bambini bielorussi non è consentita: in Italia infatti non ce ne sono, se non come profughi”.

Maxim abita in un paese al confine con la “zona proibita”: si pronuncia “Uriscoia” ma, pur sforzandosi di scriverlo nella nostra lingua, Maxim non riesce a farmi “individuare” il nome esatto del suo paese… URESKOE, scrive Maxim sul mio blocco degli appunti… Per pura coincidenza è nato lo stesso mese e lo stesso giorno del nipotino dei Borghi: il 6 febbraio. “E sono molto legati. – continua Maurizia – Mio nipote Francesco, che ha due anni, cerca sempre Maxim e Maxim è molto protettivo nei suoi confronti: tra bambini si capiscono… Ma anche con noi si fa capire… I bambini bielorussi non hanno grandi esigenze: hanno solo bisogno di stare lontani dalla zona contaminata. Bisogna partire dal principio che arrivano solo per fare una vacanza di salute e che poi devono tornare nel loro ambiente, perciò non bisogna alterare troppo il loro tenore di vita, soprattutto finché sono così piccoli. E’ per il loro bene… Anche la dieta non deve essere troppo diversa da quella a cui sono abituati: l’anno scorso Maxim mangiava solo carne, quest’anno ha “scoperto” la pasta (che mangia assieme al pane), la frutta e gli piacciono i nostri tortellini in brodo. In Bielorussia non si siedono a pranzo, a cena e a colazione: mangiano quando hanno fame e quando ce n’è… E non conoscono la pastasciutta: mangiano soprattutto cetrioli e pomodori, tanti grassi, burro, lardo e il maiale fresco, i salumi non li conoscono. Maxim ha appena fatto tutti i controlli medici: – prosegue Maurizia – l’ecografia è a carico dell’Ausl, per il resto provvediamo noi… Tutti i bambini hanno i denti cariati, per esempio, ma i medici ci vengono incontro… Se fossimo un gruppo più numeroso, potremmo pensare ad una convenzione con il Comune, invece ci appoggiamo all’associazione di Crevalcore perché ci siamo solo noi, qui a Castelfranco, e la famiglia De Franceschi. Due anni fa il Comune ha dato un contributo equivalente alla spesa per il viaggio di un bambino, e da quest’anno abbiamo la possibilità di andare gratuitamente in piscina a San Giovanni in Persiceto (BO). Anche per quanto riguarda gli esami del sangue: per Maxim, l’anno scorso, abbiamo pagato di tasca nostra il ticket più una sovrattassa in quanto straniero… ma è stata colpa nostra, perché abbiamo fatto la richiesta come privati e non tramite l’associazione di Crevalcore… Hanno già tanto da fare, che spesso preferiamo non appesantire il loro carico”.

Nel suo paese (non meglio identificato), Maxim vive in un appartamento popolare con i nonni, uno zio e la mamma (divorziata) di 29 anni, mentre il suo papà “beve vodka”, come riferisce lo stesso Maxim. La mamma lavora in un “magazine”, – dice Maxim –  il nonno “con i trattori”, la nonna “dove c’è acqua calda, acqua fredda” (forse in una centrale) e lo zio fa il muratore.

E dalla parte opposta della Via Emilia c’è Andrej (15 anni), da tre anni in affido a Gianni e Gabriella De Franceschi (“papa Gianni” e “mama Lella”, come li chiama Andrej). Anche Andrej, come Tanja, ha trascorso parte della sua infanzia nell’internato di Vassilievich ma, a differenza di Tanja, Andrej ha una famiglia e da questa è molto amato.

Andrej è il bambino più povero di Gomel, un “orfano sociale”: durante la settimana vive a Rechiza, ospite di una zia nella città dove studia, e nei week end raggiunge la sua casa di Kalinkavichy, dove vive con il padre (che lavora “in ferrovia”), la mamma e un fratello psicolabile di 20 anni.

“Ti si stringe il cuore a vedere la casa di Andrej. – dice Luciano Borghi, raccontando il viaggio a Gomel che l’anno scorso, per la prima volta, hanno fatto assieme ai coniugi De Franceschi – Vorresti fare qualcosa di più per loro, aiutarli anche economicamente, ma non puoi e neppure loro lo vogliono…  Vivono in una baracca di legno: all’interno c’è una stufa di mattoni ricoperta con della calce che serve sia a riscaldare quell’unico ambiente che per cucinare. I suoi genitori dormono su un divano alla turca e il fratello dorme su un materasso steso nel soppalco. Hanno un piccolo frigo, un tavolo e un vecchio televisore sempre coperto da un telo, come fosse un tesoro… Non hanno l’acqua potabile in casa, devono andare al pozzo, fuori, come fuori devono andare per i servizi igienici: il bagno non è che un buco scavato sulla terra, protetto da quattro assi di legno… Diversa è la situazione di Maxim, che sebbene abiti in una casa popolare, ha il micro-onde, il computer, l’acqua calda e il bagno in casa. C’è una grossa differenza tra le città e le periferie: – continua Luciano, riferendo le impressioni del loro viaggio a Gomel – le città sono curate, le persone ben vestite e c’è una bella gioventù. I parchi sono puliti, con tante sculture in legno, soprattutto cicogne, il loro simbolo… Mentre appena esci dalle città trovi una situazione che non si può paragonare nemmeno ai nostri paesi di 50 anni fa. Abbiamo avuto l’impressione che l’istruzione funzioni benissimo: tutti vanno a scuola e il Governo fa la sua parte, come sostiene la sanità. Non c’è arretratezza nei servizi fondamentali. C’è solo una povertà diffusa, ma tutti lavorano: prendono poco ma tutti hanno, secondo il modello ancora presente – autoritario e passatista – del vecchio regime sovietico. Siamo rimasti colpiti da un supermercato: banconi lunghissimi dietro ai quali c’erano una commessa attaccata all’altra, efficientissime… Chi tagliava la carne, chi vendeva abiti da sposa, chi i giocattoli, chi le biciclette e c’era un reparto con tante teste di maiale tutte in fila… – prosegue Maurizia, sempre “sfogliando” l’album dei ricordi di quel viaggio a Gomel – E davanti alle chiese ortodosse, il giorno di Pasqua, avevano messo delle panche dove al mattino si sono sedute alcune donne con dei cestini contenenti un frutto, del pane fatto in casa, olio e poche altre cose, in attesa della benedizione di quello che era il loro pranzo pasquale. La settimana successiva ricorreva la loro commemorazione dei defunti e al mercato c’era una zona interamente coperta da fiori di plastica di tutti i colori e di tutte le forme che le donne compravano per le tombe dei loro cari… Abbiamo anche visitato i cimiteri: pieni di giovani morti a causa delle radiazioni”.

A Castelfranco Andrej e Maxim si vedono tutti i giorni e con i bambini del vicinato giocano a pallone, imparano l’italiano, vanno al parco o in piscina. Sono a Castelfranco dal 19 giugno e ripartiranno per Gomel il 31 luglio, con un “pieno” di salute.

Aiutare i “figli” di Chernobyl non è un impegno tanto gravoso, come ci hanno testimoniato i signori Borghi e De Franceschi: non si tratta di bambini malati o contagiosi, ma di bambini che hanno bisogno di allontanarsi per un po’ dai rischi di potenziali malattie. Con la collaborazione delle parrocchie, dei centri estivi, dei medici volontari, delle autorità sanitarie locali e dei Comuni, i bambini bielorussi vengono sottoposti a visite pediatriche, dermatologiche ed odontoiatriche, nonché all’abituale ecografia tiroidea gratuita per verificare il loro stato di salute e qualora necessitino di terapie, le iniziano qui da noi per poi proseguirle nel loro paese. Ma soprattutto – anche se solo per un mese – possono stare lontani dalla zona contaminata, tra i nostri fortunati bambini, giocare con loro, “fare i bambini”, riempirsi i polmoni della nostra fortunata aria e in alcuni casi conoscere un gesto d’affetto mai ricevuto.

L’associazione “La Carbonara”, in virtù del suo statuto, si rende disponibile a creare i contatti necessari per chi volesse aderire, in particolare da Castelfranco Emilia e da San Cesario sul Panaro, a questo nobile progetto di solidarietà.

Se si vuole… si può (fare di più). (Alessandra Consolazione)


 
 
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